MARIO FATTORIUno straordinario “Maestro”

Non è facile anche solo tracciare un profilo di questo straordinario personaggio, ignoto ai più, anche per me che, all’età di sei  anni gli venni affidato da mio padre perché mi impartisse i primi rudimenti di quel gioco affascinate quanto difficile che è il tennis.

Ricordo vagamente il campo ed il fatto che le prime palle mi venivano lanciate a mano e non poche mi passavano sopra o sotto la piccola racchetta di cui ero dotato.

Data la mia giovane età il “maestro” cominciò a rivolgersi a me con il diminutivo di “Ughino” e continuò a farlo durante i lunghi anni in cui ebbi la ventura di, dapprima imparare, ed, in seguito, allenarmi con un giocatore quantomeno di livello europeo  che se circostanze al di fuori della sua volontà non glielo avessero impedito, avrebbe lasciato un  segno  indelebile nella storia del tennis italiano.

La ricostruzione del suo percorso di uomo e di professionista, allora si diceva “ maestro “, non può essere  che una citazione, estratta dalla memoria , di episodi dei quali ebbi conoscenza soprattutto attraverso il racconto di chi vi aveva assistito e, soltanto in piccola parte, da fatti riportatimi da lui stesso che ebbe sempre una granitica riluttanza a vantarsi delle proprie qualità e dei brillanti risultati conseguiti nonostante le limitazioni impostegli dalla condizione di “ professionista “  in cui, suo malgrado si era ritrovato.

La prima scaturigine di questo mio tentativo di far “ passare alla storia” un personaggio che certamente lo avrebbe meritato e, per quanto possibile, ricordare ai soci del circolo in cui, per molti anni svolse la sua attività professionale, la ventura di aver ospitato un tennista di valore internazionale ed un uomo dalle grandi qualità, fu la constatazione che, nel volume pubblicato per celebrare il centesimo anniversario della fondazione  del Tennis Club Genova, al  nome di Mario Fattori venne riservata una citazione tanto fuggevole quanto più adatta ad un addetto      (con il dovuto rispetto) alla manutenzione dei campi.

Cominciamo col dire che Fattori vinse tutti i campionati italiani professionisti ai quali prese parte (oggi si dovrebbero definire “campionati maestri”) nonché il titolo di campione europeo in un torneo che si svolse ai Queens di Londra su quel terreno erboso nel quale mai prima d’allora aveva messo piede se non per i piccoli lavori di contadino del retroterra di Rapallo dove viveva la sua modesta famiglia sbarcando il lunario alla meno peggio. Fu uno dei pochi casi, non ricordo a seguito di quale spunto occasionale, in cui lui stesso mi raccontò di quella insolita esperienza. Al primo turno dovette prendere confidenza con un gioco che differisce per molti versi da quello praticato sui lenti campi italiani in terra battuta il che lo portò a vincere al meglio dei cinque sets il primo “match” per poi procedere ad un Rossiniano crescendo durante il quale si aggiudicò i turni successivi e la finale con strabiliante facilità e sempre in “straight sets”.

Devo necessariamente procedere, in questa breve narrativa, per “flash backs”, episodi in parte ricavati da una inesistente letteratura sportiva ed in parte da mie accidentali presenze a bordo campo in occasione di una delle sue numerose prestazioni  durante gli allenamenti con i migliori giocatori del circolo ed altri “ assoldati” per rinforzare le squadre sociali .

Non manco mai di citare, quando l’occasione si presenta, quello che mi accadde durante il soggiorno nella sala d’attesa di un’agenzia immobiliare dove, tra le altre, notai una rivista pubblicata dal Circolo Golf di Rapallo che comprendeva l’adiacente Tennis Club al quale gli schizzinosi golfisti dell’epoca tendevano a guardare dall’alto in basso. La rivista dava conto dei campionati italiani professionisti, svoltisi a Rapallo nel 1952, e conteneva una bella fotografia di Mario Fattori nell’atto di giocare un dritto da fondo campo, con un movimento la cui armonica efficacia sembrava presagire l’evoluzione dello stile di gioco che si sarebbe manifestata negli anni a venire.

L’avversario di quella finale fu Rolando Del Bello, fratello del più noto Marcello che pure Fattori batté in una drammatica finale disputata dopo una notte insonne accanto alla moglie partoriente. Rolando  era da poco passato al professionismo e, fino all’anno prima, faceva parte della squadra italiana di Coppa Davis insieme a Beppe Merlo, Fausto Gardini ed, appunto il fratello Marcello.

La finale, giocata al meglio dei cinque sets, fu vinta da Fattori con il punteggio di 6/3 , 6/2 , 6/1 il che dà un’idea della differenza tra un ottimo tennista ed un fuoriclasse, qualifica quest’ultima di difficile definizione essendo ricetta nella quale confluiscono numerosi ingredienti in parte riconducibili a doti naturali quanto mai rare ed in parte ad una profonda passione per il gioco accompagnata da una feroce determinazione di conseguire un repertorio di colpi  caratterizzati da misteriose sfumature.

Così come Ken Roswell racconta nella sua autobiografia, di aver fatto, da ragazzino, quattro ore di muro ogni giorno della settimana, il mio “maestro”, in un ‘ occasione in cui era incline a qualche confidenza, mi disse che, per molte notti, gli era capitato di rimanere sveglio pensando ad un colpo della cui esecuzione non era del tutto soddisfatto.

Ora devo fare un passo indietro nel tempo e dar conto di come il figlio di una modesta famiglia di contadini dell’entroterra di Rapallo sia venuto in contatto con uno sport praticato, per lo più, da “signori “e, da quel primo fatale contatto, si sia dispiegata una storia che avrebbe meritato di essere raccontata da ben altro autore e con ben più ampia ricchezza di dettagli.

Tutto cominciò quando il ragazzino Mario dovette trovarsi un lavoretto per rimediare qualche soldo che aiutasse lui stesso e la famiglia ad integrare il povero desco quotidiano. L’occasione si presentò quando il maestro Costa del Tennis Club Rapallo gli offrì l’opportunità di prestare la sua opera come raccatta palle specialmente durante la stagione estiva quando la clientela era più numerosa e le occasioni di aggiungere alla remunerazione fissa qualche generosa mancia aumentavano, rimpolpando il modesto salario del giovanissimo Mario.

Qualcuno ricorderà che, in allora, era consuetudine che il maestro, nei momenti liberi tra una lezione e l’altra, dedicasse  qualche ritaglio di tempo  ai raccatta palle esplorandone le naturali inclinazioni alla pratica di un gioco la cui complessa tecnica richiedeva un lungo praticantato. Così accadeva che non pochi talenti venissero scoperti per poi diventare giocatori affermati come fu il caso di campioni di questo sport quali Gianni Cuccelli, Marcello Del Bello, il fratello Rolando e molti altri che ometto di citare. Soltanto pochi, come nel caso di Fausto Gardini, provenivano da famiglie benestanti così come era accaduto nel passato per tennisti quali Placido Gaslini, Umberto De Morpurgo ed il conte Balbi di Robecco quattro volte campione italiano assoluto.

Tuttavia, il destino di Mario Fattori doveva seguire un diverso percorso e ciò “grazie” alla deplorevole delazione di un personaggio che io ebbi la sventura di conoscere personalmente. All’età di 15/16 anni. Il giovane Mario era già un giocatore con i fiocchi ed a questo proposito, debbo citare un episodio, credo senza precedenti e non suscettibile di ripetersi in futuro, che riuscii a strappargli con le tenaglie vincendo la sua naturale riluttanza.

Nell’immediato dopoguerra ripresero i tornei ed i campionati di categoria. Le regole di ammissione non erano, dati i tempi, particolarmente rigide e così accadde che il giovane Mario poté partecipare, da non classificato di terza categoria, ai campionati italiani di “seconda”. Al primo turno gli toccò di incontrare la testa di serie numero uno, tale Baccarini, che ne uscì regolarmente sconfitto. Purtroppo, in un altro torneo, il figlio di un socio del Tennis Club Genova, considerato una “promessa “del circolo, venne spazzolato con irrisoria facilità da Fattori, ed il padre della vittima decise di vendicare l’onore del figlio denunciando Fattori alla Federazione accusandolo di “professionismo”.

Debbo precisare che Fattori, per sbarcare il lunario, dava qualche lezione di tennis al circolo di Rapallo quando le circostanze glielo permettevano.  A quel tempo le regole erano molto severe e Mario Fattori dovette passare “maestro” privando il tennis italiano di un campione del calibro di Drobny o di Von Cramm.

Dopo una breve permanenza ad Alessandria, Fattori fu assunto come maestro al Tennis Club Genova sostituendo Ido Alberton che fu l’animatore e, per molti anni, il direttore del centro federale del CONI che, nel corso del tempo, sfornò un certo numero di ottimi giocatori tra i quali citerei Gian Enrico Maggi, “promessa non mantenuta“ del tennis italiano.

Non altrettanto si può dire di Mario Fattori che, nei primi anni Cinquanta, fu invitato dall’allora presidente della Federazione Italiana Tennis, Tolusso, ad allenare la squadra italiana di coppa Davis. Gli allenamenti si svolgevano presso la Virtus di Bologna, circolo di appartenenza del Meranese Beppe Merlo e la squadra comprendeva, oltre allo stesso Merlo, Fausto Gardini ,Marcello e Rolando Del Bello. La leggenda, (confermata da testimonianze oculari) vuole che Fattori passasse in rapida sequenza i suoi “allenati” concedendo loro un massimo di due games per set.

Dopo qualche giorno, Tolusso convocò Fattori e gli disse: “Mario non voglio rimproverarti ma ti prego di essere un poco più benevolo da ché ho percepito un chiaro sentimento di demoralizzazione dei tuoi “avversari “ che si trovavano a subire sistematici strapazzi da uno “sconosciuto”. Inutile ricordare che Beppe Merlo raggiunse la semifinale del Roland Garros e fu sconfitto, al quinto set, nella finale degli Internazionali d’Italia da Fausto Gardini che gli annullò tre “match points” solo perché Merlo era praticamente paralizzato dai crampi.

Qualcosa di analogo accadde a Rapallo quando, il “coach “della squadra australiana di Davis, Hopman, portò in Italia i suoi giovani pupilli Hoad e Rosewall allora poco più che diciottenni ma già giocatori di notevole calibro. Hopman chiese se c’era, sul posto, qualcuno che potesse allenare i due giovani australiani  e gli venne presentato Fattori che dispensò loro lo stesso trattamento che aveva riservato ad altri giocatori di vaglia inducendo Hopman ad interrompere gli allenamenti sempre per non demoralizzare i suoi pupilli.

Le” leggende” di Fattori avrebbero potuto suscitare in me qualche dubbio se non avessi, con i miei occhi, assistito ad alcuni episodi che mi sono rimasti impressi nella memoria come prove incontestabili del valore di questo straordinario tennista. Debbo premettere che la mia frequentazione del Tennis Club Genova, dall’età di sei anni in avanti, fu, praticamente, quotidiana sia per la pratica del gioco, (quasi tutti i pomeriggi dopo la scuola ed il pranzo in famiglia) sia per i tempi “morti” durante i quali assistevo alle partite dei migliori tennisti del circolo cercando di trarne qualche utile ispirazione.

Così un pomeriggio mi trovai ad assistere ad un episodio, per certi versi tragicomico, quando Ebner, giocatore Trentino di prima categoria, entrato a far parte della squadra di coppa Brian del Tennis Genova, venne agli Orti Sauli per una seduta di allenamento con Mario Fattori. Premetto che Ebner era un “prima” di media fascia ma godeva di una reputazione di grande atleta che gli proveniva dalla pratica dello ski di fondo e dai massacranti allenamenti cui si sottoponeva.

La partita si svolse sul campo n.1 ed io la seguii seduto su una delle panchine che, a tutt’oggi, incombono su quel terreno di gioco cui si accede scendendo da una scaletta di pochi gradini. Furono disputati tre sets conclusisi con il punteggio di un triplice 6/0 e, a questo punto, Fattori si avvicinò alla rete per stringere la mano al suo malcapitato avversario. Notando che Ebner rimaneva fermo sul posto, Fattori gli chiese se fosse successo qualcosa ed Ebner fece cenno di non riuscire a muoversi dal punto in cui si trovava. Detto fatto, Fattori, coadiuvato da non ricordo chi, sollevò di peso il suo “allenato“  su per le scalette sopracitate deponendolo sul primo giaciglio disponibile perché il meschino potesse riprendersi.

Sono molte le occasioni in cui mi capitò di vedere Fattori all’opera con giocatori di notevole livello (Caimo, Montevecchi, Gorla, Moretta e molti altri) e l’esito fu sempre il medesimo: tutti “massacrati “con 6/0 periodici inferti con risibile facilità. Io stesso, nel corso degli anni, ebbi modo di “assaggiare” il peso della palla di Fattori, un vero “tsunami”, conseguenza di un “timing” sublime e di uno strabiliante controllo di palla.

Così quando i migliori giocatori del circolo mi chiedevano di allenarli, la sensazione era quella di passare dal martello alla piuma e ciò mi consentì di giocare dignitosissime partite ogni volta che mi capitava di incontrare avversari di classifica molto superiore alla mia. Ancora oggi ricordo un giorno in cui Mario Caimo, per gli amici Cillin (altra grande promessa non mantenuta del tennis italiano) dopo un ennesimo allenamento, si rivolse a me con il termine di “brutto pesce”, certamente un complimento nel contesto in cui quell’espressione, apparentemente denigratoria, veniva usata.

Quando, da bambino, andavo al tennis per la lezione settimanale, portavo sempre con me un pacchetto di “fruttini siciliane”, caramelle di zucchero che piacevano particolarmente al “maestro”, messe in palio nel caso di sconfitta per 6/0. Si trattava naturalmente di un omaggio offerto con la scusa di una scherzosa tenzone dal momento che non avrei potuto vincere un “game” nemmeno se il maestro avesse giocato con le mani ed i piedi legati. Ho ragione di ritenere che Fattori serbò cara memoria di quel gesto rivelatore dell’immensa ammirazione provata da uno dei suoi molti allievi verso il quale egli ebbe sempre uno speciale riguardo.

Dire chi primeggiasse tra il Fattori tennista fuoriclasse ed il Fattori uomo non è cosa facile e ciò mi addolora per l’omessa dedica non dirò di una frase ma di un intero capitolo nel volume celebrativo del Tennis Club Genova che a me sembra “macchiato” da una colpevole omissione. La sua, innata modestia, il suo tratto signorile, forse riconducibile ad una sana cultura contadina, il suo amore per la famiglia e per la natura che l’indusse a rinunciare alla caccia suo unico “lusso” e divertimento, sono i tratti più vividi che mi inducono a rimanere in bilico nell’incondizionata ammirazione per l’atleta di grande talento e l’uomo che suscitava sentimenti di affettuosità e rispetto. Così continuai a rivolgermi a lui con l’appellativo di “maestro” anche quando, ormai uomo fatto, avrei potuto seguire l’uso da parte di molti soci di dargli del tu il che mi avrebbe privato di quel particolare sentimento che mi legava, fin dalla prima fanciullezza, a quello straordinario personaggio.

Come dicevo, la memoria non segue una rigorosa cronologia e mi viene in mente che Mario Fattori fanciullo non perdeva occasione per arrotondare onestamente le sue magre entrate e, così, quando se ne presentava l’occasione prestava la sua opera come caddy al Golf Club di Rapallo. Inutile dire che la sua eccezionale capacità imitativa fece sì che, praticamente da solo, semplicemente osservando i gesti dei golfisti più dotati, acquisisse una tale padronanza di quel gioco da essere convocato per la nazionale under 18.

Quando, una volta, gli chiesi perché avesse seguito una delle due strade, mi confessò che considerava il tennis uno sport più completo e che la sua vera passione era per quel gioco al quale avrebbe dedicato l’intera sua vita. Per vie oblique, compresi anche che l’ambiente del golf non gli si confaceva e ciò non mi sorprende ora che, essendo io stesso, seppur per breve tempo, entrato nel novero dei praticanti di un gioco che, per molti, rappresenta una vera e propria malattia, posso immaginare quale fosse la frequentazione di un circolo esclusivo in quei giorni lontani. Se nato in Scozia, dove il golf è sport popolare praticato da tutte le classi sociali, forse il corso del suo destino sportivo sarebbe stato diverso.

Ora che Mario Fattori, per me il “maestro”, non c’è più ho l’impressione, ogni volta che scendo in campo per quel poco che ancora le forze residue mi consentono di godere di questo magnifico gioco e mi capita di imbroccare un colpo memore dei tempi andati, di dover associare quel raro accadimento alla memoria del mio “maestro” e dei pochi ma fondamentali consigli che soleva dispensarmi con lo scabro eloquio di un uomo per il quale tennis e vita erano sinonimi.   

                                                                                                                                              Autore :   Ugo Pino               



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